politica e cultura: riflessioni sulle elezioni amministrative in Friuli Venezia Giulia

Le parole dei candidati di Trieste alle elezioni comunali e provinciali di maggio: di cultura non parla nessuno
 
Impegnati a convincere gli elettori che “solo loro” sanno come fare per superare la crisi economica, rianimare il porto, far funzionare i servizi sociali, tenere puliti i marciapiedi, garantire una città sicura, creare posti di lavoro, i candidati sindaco o presidente evitano il più possibile la parola “cultura”, sinonimo di spreco per eccellenza. E' diventato un vero e proprio tabù. Se proprio se ne deve parlare perché qualche 'maleducato' in platea tira fuori l'argomento, ci si concentra solo sul problema dei teatri, perché almeno lì si può sconfinare sul terreno del “salviamo loccupazione”, che è sempre una missione prioritaria, a sinistra come a destra. Ancora più desueta è l'espressione “beni culturali” per non parlare del polveroso termine “musei”, realtà inesistenti, ingoiate da un oblìo irreversibile.
Nessuno pensa più che sia tra i compiti di un'amministrazione e che rientri tra i fattori di benessere di una comunità la tutela e la conservazione dei suoi tesori, le cose preziose che le generazioni precedenti hanno ritenuto di trasmetterci. Gli scenari che disegnano questi candidati sono, o del tutto fantascientifici (tutti sanno che non riusciranno a fare nulla per il porto di Trieste, come da decenni è dimostrato, ma continuano a sognare) o minimalisti (una pista ciclabile sembra la cosa più importante da desiderare).
La verità è che per occuparsi di cultura ci vuole cultura, e questo è proprio l'ingrediente mancante. Chi non sente l'esigenza di sapere, anzi pensa di sapere già tutto perché magari è pure laureato, non pensa che il sapere sia il fondamento della civiltà e che le azioni più concrete che si possono fare per la comunità sono proprio quelle legate alla crescita del sapere. Purtroppo nessuno di questi candidati sa cosa si deve fare per raggiungere questo fine. E così evita il discorso.
 
Politica e cultura tecnologica
Avremmo giurato che queste elezioni sarebbero state all'insegna della tecnologica, blog, facebook, siti web, bombardamento di filmati su you tube. Tutto quello che serve per catturare i giovani, insomma.
Nulla di tutto questo: parlando solo di Trieste, uno dei candidati più accreditati, Roberto Antonione, non ha neppure il sito personale, Fedriga ce l'ha ma non lo cura molto, Bandelli ce l'ha e in effetti dà l'impressione di saper dialogare con il mondo contemporaneo, Cosolini pure ce l'ha ed è pieno di notizie, ma in uno stile un po' vetero-comunista che non acchiappa. Gli altri non ci sono proprio, qualche cosina su facebook, ma è quasi un boomerang, sarebbe meglio non esserci quando gli amici sono poche decine…
Ma dove sono finiti i consulenti d'immagine, i grafici, i creativi? Se si danno alla macchia, li comprendiamo: cosa vuoi inventare sulla base dei programmi che girano? Non c'è nemmeno uno slogan degno di essere ricordato.
Bisogna proprio dirlo, "qualunquemente": va a fare politica chi non sa fare proprio niente.
 
L’unico taglio da fare per risanare la cultura: gli assessorati
 
Modesto consiglio per i futuri sindaci e presidenti delle province: se volete risparmiare tenetevi la delega alla cultura. Quasi sempre gli assessori non hanno veri obiettivi culturali, sono in balìa di consiglieri interessati che li convincono a fare cose inutili e costose, spesso lavorano sulle proprie carriere universitarie, avendo a disposizione i soldi che l'università non dà più per investire nel proprio sistema di relazioni professionali, con inviti e incarichi a cari amici e colleghi, adorano gli “eventi” e detestano le strutture, considerano denaro sprecato tutto quello che non si traduce nella loro immediata visibilità, e, alla fine, non portano voti perché il mondo che gira attorno alla cultura non è minimamente influenzato nelle proprie scelte politiche da una mostra o da una presentazione di un libro. Infatti nessun assessore alla cultura ha mai fatto carriera politica, fateci caso.
Cari Sindaci e Presidenti, vi proponiamo di fare un test attitudinale prima di affidare la delega alla cultura: proponete al vostro prescelto di non fare mostre per cinque anni. Vedrete come si eclissa.
 


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