Direttore di museo: una professione destinata a scomparire

Quando lo storico dell’arte udinese Aldo Rizzi, nel 1985, lasciava la direzione dei Civici Musei di Udine, dopo ventisette anni di carriera, durante la quale non solo aveva salvato la Villa Manin (portandovi 325.000 visitatori per la grande mostra sul Tiepolo del 1971) ma aveva voluto festeggiare –assieme al sindaco Angelo Candolini -  il millenario di Udine del 1983 aprendo musei e soprattutto la Galleria d’arte moderna al Palamostre con la Collezione Astaldi, non avrebbe mai immaginato che il terzo millennio avrebbe portato il settore dei musei pubblici verso l’ attuale declino.
Il post-terremoto era stato una grande occasione per fare emergere il valore dei friulani, non solo per la celerità della ricostruzione e per lo slancio delle attività produttive, ma anche per l’eccezionale sforzo che fu fatto per salvare i beni culturali, ritenuti il simbolo insostituibile della civiltà e dell’identità locale. Subito dopo il sisma, nel 1976, venne creato il Centro regionale di Catalogazione di Villa Manin di Passariano e fu varata la Legge regionale n. 60, tuttora in vigore, che regola l’attività dei musei pubblici. Questa norma, che affida alla Regione il compito di classificare i musei a seconda della dimensione in multipli, grandi, medi e minori, e che definisce il museo pubblico “istituto culturale, scientifico, educativo al servizio della comunità”, con compiti piuttosto impegnativi come conservare, catalogare, restaurare e ordinare i patrimoni in esposizioni permanenti e mostre, condurre la ricerca scientifica nel proprio settore, pubblicare cataloghi e svolgere attività didattiche, prevede anche che i musei classificati “multipli”, cioè quelli dei capoluoghi di provincia, garantiscano una adeguata organizzazione artistica, scientifica, didattica e culturale e in particolare essere “provvisti di una direzione”.
E’evidente che, parlando di direzione di un museo, si fa riferimento a una figura di alta professionalità e competenza, giacchè è tenuta a svolgere compiti che richiedono decisioni complesse e irreversibili (pensiamo alla responsabilità di chi fa restaurare oggetti preziosi e insostituibili) e a mantenere vivo l’interesse del pubblico verso il patrimonio conservato attraverso un’intensa attività di progettazione culturale.
Ma queste necessità non sembrano turbare né il Comune di Trieste né il Comune di Udine che, nello stesso periodo, tra la fine dell’anno e l’inizio del 2011, hanno approvato due delibere con cui si aboliscono figure di dirigenti di musei e si sostituiscono con quelli che un tempo erano gli assistenti dei direttori, cioè i conservatori. A Trieste i Musei scientifici, diretti fino al mese di giugno 2010 da Sergio Dolce, ora in pensione, non sono più un nemmeno servizio autonomo, ma sono aggregati alla Direzione dell’Area Cultura e affidati a un conservatore; la Biblioteca Civica e i Musei civici di storia ed arte avranno invece un direttore in condominio, come se davvero fosse possibile dirigere (bene) una biblioteca civica di 400.000 volumi e 50 dipendenti e, nello stesso orario, fare (bene) il direttore di un museo che comprende parecchie realtà museali importanti come il Sartorio, il Teatrale, il museo archeologico, l’Orientale, la Risiera di San Sabba, ecc. e altrettanti dipendenti. Non si capisce, poi, perché dovrebbero addossarsi responsabilità da dirigente dei funzionari che non avranno neppure il potere di firmare le ferie ai dipendenti… Resta fuori da questa rivoluzione epocale il Museo Revoltella, provvisto ancora di un direttore di ruolo.
A Udine la formula è più o meno la stessa, unico direttore per tutti i musei, che si tratti di arte, storia o scienze, e i singoli musei affidati a funzionari con mansioni di conservatore. Sia a Udine che a Trieste le direzioni apicali sono affidate a consulenti esterni, che dovrebbero essere esperti in tutte le materie, dagli insetti agli affreschi, e che hanno un incarico di durata pari a quella della Giunta, e dunque, svolgono sostanzialmente il ruolo di affiancamento degli assessori nell’organizzazione di eventi piuttosto che sviluppare i progetti a lungo termine che sono necessari per fare funzionare e reggere nel tempo i musei.
Cosa ne penserebbe Aldo Rizzi? E’valsa la pena di lavorare tanto per costruire se i musei ora non interessano più a nessuno, se non come sfondi e sedi per altre attività, politicamente più redditizie?
Eppure il leggendario sindaco Angelo Candolini (come Georges Pompidou e, prima ancora, Napoleone!) aveva capito che il simbolo della potenza di una città (o di una nazione) sono proprio i musei. E il loro declino è simbolo della nuova debolezza culturale e morale.

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