Tema del giorno: la festa del papà. Gli artisti e i loro padri

Tanti artisti hanno dedicato ritratti ai loro padri, rappresentandoli nella maggior parte dei casi come figure solide e autorevoli, ma anche pazienti e bonarie. Spesso ne sono usciti veri capolavori. Lo studio della fisionomia paterna da parte del pittore non è soltanto un dono e un gesto di affetto, ma è anche una proiezione di sè nel passato e nel futuro, un mezzo per ricercare la propria identità, le radici, ma anche il proprio destino.
Vediamo qualche esempio tratto dai cataloghi dei pittori di area giuliana.
Iniziamo da Giuseppe Tominz (1790-1866), straordinario ritrattista goriziano attivo a Trieste tra il 1825 e il 1855, che ha voluto fissare sulla tela l'immagine paterna in occasione del suo ottantesimo compleanno, che cadeva nel 1848. Lo schema è quello di tanti ritratti di notabili triestini e goriziani da lui eseguiti in trent'anni e più di lavoro: l'uomo è seduto di tre quarti su una sedia dal bracciolo lavorato e porta un abito dai particolari ricercati, degno della sua condizione di agiato commerciante. Dietro, il consueto sfondo aperto su un paesaggio immaginario. Eppure c'è una partecipazione del tutto particolare nel modo in cui il pittore rende il peso degli anni, la profonda malinconia dello sguardo, i segni impietosi che il tempo ha scavato su questo volto: c'è una corrente di affetto che li unisce ed è il ricordo doloroso della morte della prima moglie, madre del pittore, raffigurata nella miniatura che orna la tabacchiera. " >>>




Anche Vittorio Bolaffio (1883-1931) dedica al padre un ritratto particolarmente espressivo, databile secondo alcuni critici attorno al 1912-1915 e per altri all'inizio degli anni Venti. Amadio Bolaffio era "un uomo pratico, un lavoratore instancabile, lento e sicuro conquistatore; ma, a suo modo, anch'egli poeta; non capiva come l'arte del figlio potesse essere lavoro; troppe meditazioni, troppi vaneggiamenti; quando lo vedeva accanirsi sulle scene di gente di fatica, diceva: 'Pare impossibile, proprio tu che non lavori hai tanta passione per dipingere gente che lavora.' (E. Cozzani, 1932)
Aveva avviato con i fratelli un'attività di produzione e commercio di vini e possedeva vaste tenute tra il Collio e la valle del Vipacco. Non ebbe rapporti facili con Vittorio, ma li unì un affetto sincero e il padre fu sempre vicino a questo figlio così tormentato e infelice che gli dedicò uno dei suoi più umani e commoventi ritratti. Come fu scritto nel catalogo della mostra del 1975, in questo ritratto di chiara derivazione vangoghiana, caratterizzato da contorni scuri e marcati,"il dialogo col figlio si va spegnendo più nello sguardo scorato che nelle mani contratte del commerciante di vini".
Al 1923 risale il dipinto "Mio padre" di Veno Pilon (1896-1970) uno dei maggiori esponenti dell'avanguardia slovena del primo dopoguerra. L'opera, che risente evidentemente dell'avvicinamento di Pilon alla corrente espressionista e, in particolare, al "realismo magico", mette in risalto la semplicità dell'uomo e la sua condizione di lavoratore. Domenico (Menigo) Pilon era originario di Mossa, paese Friuli goriziano, ma si era trasferito ad Aidussina nella valle del Vipacco per cercare fortuna e qui aveva intrapreso il mestiere di fornaio. "Nel ritratto colpisce l'immediatezza con cui l'artista esprime la dignità della persona unita a quella del suo lavoro; appoggiata ai sacchi di farina del suo panificio la figura appare solida, ferma, lo sguardo sicuro; nelle sue mani il racconto di un'intera vita." (F. Marri). Come in tutti i suoi ritratti, Pilon mette in grande evidenza il volto e le mani, da cui deriva la tensione emotiva dell'immagine.







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