Inaugurato a Trieste il Museo della civiltà istriana, fiumana, dalmata

Venerdì 26 giugno, è stato inaugurato e aperto a Trieste il Civico Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata, una realtà lungamente attesa e certamente unica nel panorama regionale dei musei, dove va a occupare da subito un posto di rilievo soprattutto perché, muovendosi da una prospettiva storica, vuole inserire la sua attività in un contesto culturale sovraregionale e sovranazionale, vivace e fortemente connotato da uno spirito europeo. 
Sono numerosi, infatti, i musei della Slovenia e della Croazia che si occupano di storia, arte, etnografia e archeologia, e sono particolarmente attivi nella creazione di reti e nella gestione di progetti europei, che d'ora in avanti potranno coinvolgere anche la nuova realtà museale triestina. Nello stesso tempo il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata riempirà un vuoto nella pur ampia offerta museale triestina aggiungendo la rappresentazione di un territorio che per secoli è stato legato strettamente alla città e alle sue vicende ma fino ad ora non aveva trovato uno spazio adeguato nelle istituzioni culturali civiche. >>>
Il complesso lavoro che ha portato all'apertura del museo, è stato illustrato in una conferenza stampa a cui hanno partecipato l'Assessore alla Cultura Paolo Tassinari, la direttrice dei Civici Musei Maria Masau Dan, la presidente dell'IRCI Chiara Vigini e il consigliere Eugenio Ambrosi.
Mentre l’idea era stata abbozzata dalle associazioni degli esuli fin dai primi anni 80, il progetto è partito nel 1998, quando il Comune di Trieste, attraverso deliberazioni giuntali e convenzioni, ha concesso in comodato d'uso il palazzo di via Torino all'IRCI, Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, affinché questo disponesse di una sede adeguata ad ospitare le memorie della comunità italiana che dopo la seconda guerra mondiale aveva dovuto lasciare la propria terra e vivere in esilio.
L'IRCI, infatti, fin dall’atto di costituzione, alla metà degli anni Ottanta, ha sempre avuto tra i suoi obiettivi la realizzazione di una rassegna permanente che testimoniasse la storia e le vicende culturali delle genti istriane, fiumane e dalmate. Tale obiettivo si è ulteriormente rafforzato con l’atto prefettizio di concessione all'Istituto delle masserizie degli esuli - circa 1500 metri cubi -ancora depositate presso un magazzino del Porto Vecchio di Trieste, elemento fondante per esporre la storia più recente e travagliata di queste terre.
In seguito alla concessione dell'immobile, l’IRCI ha reperito da proprie fonti l’importo necessario, circa cinque milioni di euro, al restauro ed all’adeguamento del palazzo e, desiderando proporre una testimonianza la più ampia possibile di quella che è stata la civiltà italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, ha acquisito nel tempo, aldilà delle masserizie, numerosi materiali utili allo scopo e ha costituito una ricca biblioteca, oltre a conservare importanti fondi archivistici.
Alla conclusione dei lavori di ristrutturazione del palazzo, tra Comune di Trieste e IRCI si è stipulata nel 2008 una convenzione finalizzata alla realizzazione del museo, che prevede la condivisione, attraverso una commissione scientifica, delle scelte progettuali e contenutistiche, e, alla fine, l'integrazione nel sistema dei musei civici triestini. L'IRCI manterrà, comunque, un collegamento con l'attività del museo attraverso la sua partecipazione, in diverse forme, alla gestione del futuro museo civico e la permanenza della sua sede associativa, compresi biblioteca e archivio, al primo piano del palazzo.
Il museo che si è aperto il 26 giugno è una realtà multidisciplinare, frutto di un lavoro collettivo che ha visto impegnati molti studiosi ed esperti di cultura istriano-fiumano-dalmata assieme a giovani progettisti e ricercatori, che hanno dato vita a un percorso rispettoso della tradizione, attento alla vasta bibliografia esistente sulla storia di quei territori e nel contempo connotato da un linguaggio contemporaneo, che utilizza largamente gli strumenti multimediali e permette al visitatore di interagire col museo approfondendo ampiamente gli argomenti trattati nelle sale.
Assieme agli oggetti e ai documenti messi a disposizione dall'IRCI, tra cui buona parte proviene dall'ormai famoso “Magazzino 18” efficacemente narrato nello spettacolo di Simone Cristicchi, saranno esposti reperti archeologici, opere d'arte, documenti, libri, stampe, disegni e fotografie di proprietà dei Civici Musei di Storia ed Arte e del Museo Revoltella, ma anche di numerosi collezionisti privati disponibili a collaborare con prestiti e donazioni.
Il percorso si snoda su tre piani, dal piano terra, dove, assieme alle strutture di accoglienza saranno predisposte due postazioni di consultazione di archivi digitali, al secondo e al terzo piano, prevedendo anche un successivo sviluppo nel quarto.

Al secondo piano il visitatore potrà conoscere la storia del territorio attraverso un'ampia documentazione proposta secondo diverse modalità, dal documentario introduttivo che lo accompagna alla scoperta dell'Istria bianca, dell'Istria verde e dell'Istria rossa, alla linea del tempo che scandisce nei passaggi più importanti le vicende succedutesi dall'antichità al secondo Novecento, al totem con touch screen che permette di sfogliare 34 schede di approfondimento, alle vetrine che contengono preziosi reperti archeologici istriani e dalmati. Sopra il suo capo ci sarà una sorta di “tetto” che ripropone la sagoma della penisola istriana completa dei riferimenti topografici.
Proseguendo nella sala successiva potrà immergersi nell'Istria agricola e marinara, vedere da vicino gli strumenti del lavoro contadino e la vita dei pescatori ambientati su sfondi fotografici d'epoca, entrare in un'aula scolastica e in una bottega artigiana, avvicinarsi alle lingue, ai costumi e alle tradizioni, ai riti religiosi e agli oggetti della vita quotidiana.

Al terzo piano avrà modo conoscerne gli aspetti paesaggistici e monumentali attraverso un vasto repertorio di immagini riprese tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta, potrà percorrere un viaggio nello spazio e nel tempo assieme agli uomini di cultura, pittori, scrittori e musicisti che fin dal secolo XVIII hanno studiato e amato l'Istria, Fiume e la Dalmazia, leggere le loro parole, ascoltare le loro composizioni e vedere i loro volti, fino ad arrivare al momento in cui tutto ciò è stato brutalmente interrotto dalla guerra, rappresentato da una stanza buia che, attraverso un filmato fortemente evocativo, permette di entrare nel dramma dello scontro nazionale e politico degli anni quaranta.
Il percorso continua seguendo il destino delle centinaia di migliaia di profughi costretti all'esilio, mostrando al visitatore gli oggetti e le carte che hanno accompagnato la loro fuga, tanti bauli e tante casse piene di stoviglie e di libri, i ricordi che si sono conservati e quelli che ci si è lasciati alle spalle per ricostruire delle nuove vite. Anche in questa fase, per aiutare il visitatore a capire la portata del dramma e delle sue conseguenze, vengono utilizzate immagini d'epoca assieme alle parole di gente comune e di intellettuali. 
Non sarebbe possibile, però, concludere la visita senza vedere dal vivo le ventuno opere di proprietà dello Stato italiano provenienti da diverse località dell'Istria che in questo momento sono conservate nel vicino Civico Museo Sartorio. Tavole di Paolo Veneziano, pale d'altare di Alvise Vivarini, Benedetto Carpaccio e di Giambattista Tiepolo, solo per citare qualcuno degli autori presenti, che le associazioni degli esuli sperano di accogliere prima o poi nelle sale di via Torino. In attesa che, a livello ministeriale, si decida il destino di questi capolavori, il Comune concederà di visitare gratuitamente la sezione della pinacoteca in cui le opere sono esposte a chi si presenterà con il biglietto del Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata.
Alla fine di questo percorso il visitatore dovrà avere raggiunto, da un lato, la consapevolezza dell'unicità e della straordinaria ricchezza culturale del mondo istriano-fiumano-dalmata di lingua italiana e dell'ingiusto destino a cui è stato condannato dalla storia, ma anche delle ampie prospettive che a questa cultura si aprono nella nuova Europa. Per questo il museo nasce in un momento molto propizio per valorizzare un patrimonio secolare e consegnarlo alle future generazioni.

“Si tratta di un museo moderno, frutto di un lavoro complesso di costruzione e ricostruzione che aggiunge una parte fondamentale alla conoscenza della città e della sua storia – ha evidenziato l'Assessore alla Cultura Paolo Tassinari -.Il secondo nuovo museo che nell'arco di due anni contribuisce ad accrescere il patrimonio culturale cittadino. L'IRCI e tutti coloro che hanno collaborato, che ringrazio, ha fatto un grandissimo lavoro di ristrutturazione e di ricerca nella realizzazione di un museo che entrerà a far parte dei Musei Civici e che nel prossimo futuro auspichiamo possa essere integrato anche alla biblioteca dell'IRCI”.

“L'idea del museo – ha spiegato la Presidente IRCI Chiara Vigini - è stata a lungo accarezzata dalle associazioni degli esuli, dapprima semplicemente come luogo in cui poter conservare i ricordi - oggetti, carte... - di chi era andato via dalla propria terra, ma ben presto come luogo in cui dare una sistemazione ideale a una vera e propria "civiltà" che per secoli è stata presente nell'Adriatico orientale, convivendo con altre genti, che spesso ne venivano attratte.
La città di Trieste è stata considerata da subito capitale morale dell'esodo, ma da sempre è stata la grande città a cui guardavano le cittadine e i paesi dell'Istria, per questo era doveroso che la città giuliana dedicasse uno spazio adeguato al suo entroterra naturale. Questo viene inaugurato ora: lo spazio di condivisione della città con il mare istriano e dalmata e con le campagne.
Per gli esuli è anche il riconoscimento, pur dopo diversi decenni, dell'importanza della loro presenza e del loro operare nella prima città che li ha accolti all'uscita tragica dalle loro terre. Infatti gli istriani, i fiumani, i dalmati non sono venuti da estranei, e si sono integrati velocemente nel tessuto cittadino, tanto da partecipare subito molto attivamente alle attività politiche, economiche, culturali e civili di Trieste. E se in passato c'è stata una minima parte che si è posta in maniera critica alla loro accoglienza, è ben ora di riconoscere che la città tutta si è prestata al cambiamento per far posto ai nuovi arrivati, e ne è stata rivitalizzata. E' anche questo il senso dell'introdurre il museo entro il circuito dei civici musei di Trieste.

E adesso è anche il momento opportuno per riconoscere il ruolo che istriani, fiumani e dalmati possono avere nell'Europa di oggi, in cui ogni popolo è chiamato a lavorare e vivere stando pacificamente accanto a popoli dalle lingue diverse: questa è stata per secoli una prerogativa degli istriani, fiumani e dalmati.
Un museo, dunque, che permette di guardare al più ampio passato, con uno sguardo consapevole del futuro.”
“Tra le istituzioni culturali comunali di Trieste - ha sottolineato la vice presidente IRCI, direttrice Civici Musei Maria Masau Dan - il Civico Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata costituisce una novità da molti punti di vista, anche da quello museografico.
Innanzitutto per il modo in cui ha avuto origine. Un museo nato come frutto dell'iniziativa di una comunità in esilio e delle libere associazioni che la rappresentano è veramente un caso raro, mentre è molto più frequente – qui e altrove – il caso di musei che nascono da atti individuali, lasciti, donazioni o fondazioni (come a Trieste il Museo Revoltella, il Museo Sartorio, il Museo Morpurgo, il Museo teatrale “Schmidl” e il Museo della guerra per la pace “Diego de Henriquez”), o dall'obbligo di conservare le antichità (Castello e Museo archeologico) o ancora da volontà politica (Museo del Risorgimento, Museo della Risiera di San Sabba e Sacrario della Foiba di Basovizza). Si può dire che il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata sia un museo “nato dal basso”, perfettamente in linea con le tendenze più attuali dell'antropologia museale che considera il museo della storia di una comunità come un processo “di scrittura collettiva” in continua evoluzione, in cui la narrazione ne vivifica costantemente il contenuto.
La particolarità del museo è data, però, anche da ciò che contiene e dal modo in cui questi contenuti vengono proposti al pubblico.
L’incipit della narrazione museale è stato, naturalmente, l'immenso deposito di memorie rappresentato dalle masserizie del Magazzino 18, a cui si sono aggiunti in una fase successiva gli oggetti e i documenti raccolti sistematicamente dagli esuli che avevano a cuore la conservazione dell'identità della loro comunità e che hanno salvato dalla distruzione un notevole patrimonio di strumenti di lavoro, assieme a documenti, opere d'arte, strumenti musicali, capi di abbigliamento, fotografie, stoviglie.

L'esito più scontato sarebbe potuto essere un classico museo etnografico di stampo tradizionale, che, d'altra parte, pur nella sua limitatezza, avrebbe svolto una funzione preziosa in una città che non ha mai previsto un'istituzione di questo tipo, finalizzata a documentare mestieri, usi e costumi popolari.
Ma il patrimonio culturale della componente italiana istriano-fiumano-dalmata è troppo ampio, complesso e articolato – come gli storici hanno dimostrato via via ricostruendo attraverso gli archivi le cause delle vicende che hanno mutato il destino di quei territori - per rientrare in una categoria di musei così definita, ed è anche questo uno dei motivi per cui al problema del museo per tanti anni non si è potuta dare una soluzione. Fortunatamente questo iter, grazie a una serie di circostanze favorevoli e di volontà convergenti, ha avuto negli ultimi tre anni una decisa accelerazione.
Nel 2013 si è avviato, perciò, un percorso di analisi e di elaborazione, condotto dall' IRCI e dai Musei civici di storia ed arte con il concorso di studiosi esperti di varie discipline, che ora è arrivato a conclusione, almeno per quanto riguarda l'allestimento e l'apertura al pubblico. Tuttavia la forma attuale del museo rappresenta solo una prima fase, perché – anche in questo il museo è nuovo – in linea con la museologia attuale, i suoi contenuti, pure nel rispetto della missione originaria, devono avere la possibilità di evolversi e ampliarsi costantemente come un organismo vivente, adeguandosi a nuove scoperte, nuove interpretazioni, necessità di ampliamento di temi, ecc.
Gli “ingredienti” principali di questo museo, infatti, sono gli oggetti (provenienti dal magazzino 18 e dagli altri musei civici, oltre che da collezioni private) a cui si è voluto conferire, anche nella loro combinazione, un senso più ampio inserendo elementi del “patrimonio immateriale”, cioè la la narrazione storica, la letteratura, e la musica; parole e suoni che, assieme alle immagini (fotografie, dipinti, stampe, sculture) aiuteranno il visitatore a percepire e vivere completamente un universo speciale, diverso e allo stesso tempo familiare. Lo spazio è sufficiente per ospitare, nella loro dimensione “fisica”, solo le vicende più significative ma dà la possibilità a chi vorrà approfondire di trovare un ricco apparato di strumenti multimediali, video, archivi digitali, touch screen.

Il progetto di allestimento contiene una deliberata mescolanza di dati oggettivi e di effetti scenici che ha la volontà trasformare la visita in un'esperienza coinvolgente e difficile da dimenticare. L'apice del percorso museale è rappresentato dalla sala della rottura, lo spazio buio in cui ha luogo la tragedia della guerra, e che divide nettamente un “prima”, secoli di convivenza di realtà diverse, e un “dopo” rappresentato dallo strappo improvviso dalle proprie radici e dal dramma dell'esilio. Un “prima” che cerca di rappresentare una realtà ricca di patrimoni e fermenti culturali, senso della natura, tradizioni, saperi, lingue, e un “dopo” che annulla le identità e trasforma il dolore in memoria, personale e condivisa. Il museo vorrebbe contribuire ad arricchire e salvare questa memoria e contemporaneamente dialogare col presente”.
“Alla storia dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia il visitatore del museo potrà accostarsi secondo diverse prospettive – ha detto Raoul Pupo, segretario IRCI, docente di Storia contemporanea Università di Trieste -. La prima è quella di lungo periodo, che richiama l'attenzione sulle strutture quali il rapporto uomo - ambiente, le dinamiche fra costa ed entroterra e fra città e campagna, nonché sui fenomeni come le tendenze demografiche e le ondate di popolamento e spopolamento. Tutto ciò verrà illustrato nei video introduttivi.
La seconda è quella dei momenti di svolta, dall'epoca dei dinosauri fino a ieri, che scandiranno la Linea del tempo che campeggerà nella prima sala. Ad ogni tappa corrisponderà una scheda, corredata da mappe e immagini, che i visitatori potranno consultare su di un touch screen. Sarà un lungo percorso, sul quale ciascuno potrà soffermarsi a proprio piacimento, per orientarsi su di una storia complessa come quella dell'Adriatico orientale, i cui contesti sono cambiati innumerevoli volte. La terza è quella della memoria. Il compito di evocare i momenti più drammatici della storia recente verrà infatti affidato alle testimonianze rese dalle vittime di quegli eventi: dai bombardamenti alle stragi delle foibe, dalle violenze del dopoguerra all'odissea degli esuli. Le parole dei protagonisti sono sembrate le più adatte ad esprimere, senza retorica e senza censure, le ferite della memoria e al tempo stesso la volontà di non smarrire un'identità personale e comunitaria fortemente radicata.”
 Il museo sarà aperto al pubblico gratuitamente fino al 31 agosto.
Si potrà visitare con i seguenti orari: martedì, mercoledì, giovedì 9.00-13.30; venerdì e sabato 13.00-17.30; domenica 10-17.




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