Anniversari, pretesto per ricordare: Arturo Martini
11 agosto 1889, nasce a Treviso Arturo Martini, destinato a diventare il più grande scultore italiano del '900. La sua fu una carriera straordinaria, costellata di successi ma caratterizzata anche da contrasti e incomprensioni. Erede dei grandi innovatori della fine dell'Ottocento, fu anche il più sensibile interprete della tradizione classica italiana. Seppe cimentarsi con tutte le tecniche, dal marmo al bronzo alla terracotta, ma inventò anche modi nuovi di plasmare la materia. Artista solitario e scontroso, seppe stringere però grandi e feconde amicizie (Gino Rossi, Nino Barbantini, Carlo Scarpa, ecc. ecc.) e misurarsi con indipendenza di giudizio con la cultura del suo tempo.
Martini è rappresentato anche nei Musei del Friuli Venezia Giulia, al Museo Revoltella di Trieste (con quattro opere che sono i bozzetti per il concorso per il Monumento al Duca d'Aosta di Torino) e nella Galleria d'arte moderna di Udine, dove si conservano una bella terracotta, la Chimera (1934-35), nella foto di copertina, il bronzo Orfeo del 1947 e alcuni dipinti. Ecco le immagini, a cui segue una nota biografica.
Arturo Martini, Duca d'Aosta (1934), Museo Revoltella |
Arturo Martini, La fede, la luce (1934), Museo Revoltella |
Arturo Martini, Incontro di San Giusto e San Marco (1934), Museo Revoltella |
Arturo Martini, Orfeo (1947) Udine, Galleria d'arte moderna |
Arturo Martini, Ritratto (1945) Udine, Galleria d'arte moderna |
Arturo Martini nasce a Treviso l’11 agosto 1889. E’ figlio di un
cuoco e di una cameriera originaria di Brisighella. La sua infanzia è
caratterizzata dalle difficoltà economiche e da ripetuti insuccessi scolastici.
Dal 1901 fa l’apprendista, prima presso un orefice di Treviso e poi in una
fabbrica di ceramiche. Nel 1904-1905 frequenta la scuola serale di arti e
mestieri e poi la bottega dello scultore Antonio Carlini, che gli trasmette
preziosi insegnamenti tecnici. La visita della grande mostra di Milano del 1906
lo colpisce particolarmente. Nel Museo di Treviso si conservano due ritratti di
questo periodo che rivelano già un certo talento. Nel 1907 si trasferisce a
Venezia, dove è allievo di Urbano Nono alla Scuola di Nudo dell’Accademia, e in
autunno espone alcune sculture alla I Mostra d’arte trevigiana, ottenendo
critiche molto favorevoli.
Attratto dai modelli più innovativi di
questi anni (Troubetzkoy, Bistolfi, Medardo Rosso) ma anche dalle sculture di
Rodin viste alla Biennale, nel 1908 sperimenta nelle sue opere le novità
linguistiche apprese attraverso lo studio dei loro lavori (Il poeta, Altri tempi) e
in seguito a questo rompe il rapporto con il tradizionalista Nono.
Sempre nel 1908 espone alla prima mostra
dell’Opera Bevilacqua La Masa organizzata da Nino Barbantini a Ca’ Pesaro
(1908).
Nel 1909 compie un viaggio d’istruzione a
Monaco dove scopre l’arte di Franz von Stuck e la scultura di Mestrovic.
Applica le nuove idee alle ceramiche della fabbrica Gregori che gli aveva
commissionato la progettazione di nuove decorazioni.
Nel 1910 stringe amicizia con il pittore
Gino Rossi rientrato da Parigi e stabilitosi a Burano e sotto la sua influenza
si dedica alla grafica, inventando delle tecniche nuove. Espongono entrambi
alla Mostra di Ca’Pesaro del 1911 ma ottengono recensioni molto negative.
Nel 1912, assieme a Rossi e al pittore Bepi
Fabiano, va a Parigi, dove ha modo di conoscere il cubismo, Modigliani, Medardo
Rosso. E’quest’ultimo che lo aiuta ad esporre al Salon d’Automne.
Rientrato in Italia, mette a frutto in una
produzione molto originale le molteplici suggestioni dell’avanguardia parigina.
Critiche molto aspre, però, accolgono le sue sculture (Fanciulla piena d’amore e Ritratto di Omero Soppelsa) esposte a Ca’Pesaro
nel 1913. Continuano a sostenerlo però Barbantini, Soppelsa e Margherita
Sarfatti che acquista qualche sua grafica.
Arturo Martini, Fanciulla piena d'amore, 1913 |
Dal 1914 entra in contatto con l’ambiente
artistico romano e stringe molte relazioni ma nel contempo viene respinto dalla
II Mostra della Secessione romana, come pure dalla Biennale di Venezia che rifiuta
la sua opera. In entrambi i casi partecipa a mostre alternative, a Roma alla
Galleria Sprovieri, a Venezia alla mostra dei rifiutati del Lido.
Nel 1916 viene chiamato alle armi, ma fa l’operaio
fonditore in Liguria, tra Genova e Vado Ligure dove conosce la futura moglie
Brigida Pessano. Per questo paese eseguirà più tardi (1923) un monumento ai
caduti.
Negli anni di guerra si dedica, invece,
alla grafica non potendo lavorare alla scultura.
“Dopo la prima guerra mondiale Martini compì
la prima decisiva rivoluzione della sua lingua scultorea. Egli attuò un ritorno
alla grammatica di base della plastica (volumi essenziali, semplici
composizioni, solennità arcaista) attraverso uno strenuo confronto con modelli
egizi, etruschi e romanici; e insieme intuiì il valore emotivo, e non solo
costruttivo, della forma pura.”(F.Fergonzi, 2003).
Alla fine della prima guerra mondiale si stabilisce
a Milano, dove entra nella cerchia di Margherita Sarfatti, vicino ai pittori
Achille Funi, Mario Sironi, Leonardo Dudreville. Nel 1920 tiene la sua prima
mostra personale e viene invitato da Carlo Carrà (che lo presenta) a far parte
del gruppo di «Valori Plastici».
Morta
nel febbraio del 1920 la madre, cui il era molto legato, il 18 aprile seguente
egli sposò Brigida Pessano: dall’unione nacquero Maria Antonietta (1921), detta
familiarmente Nena, e Antonio (1928).
Sono
anni molto frenetici e produttivi, in cui nascono alcuni capolavori come L’amante morta e Il dormiente ora alla Galleria Nazionale d’arte moderna. Si sposta
di frequente fra Vado Ligure e Roma, dove ha modo di studiare la scultura
etrusca, interessandosi in particolare alla tecnica della terracotta che sarà
un suo continuo campo di sperimentazione.
Arturo Martini, L'amante morta |
Nel
1922 è presente alla primaverile fiorentina presentato da Alberto Savinio. Nel
1924 si trasferisce a Roma e collabora per alcuni anni con lo scultore americano
Maurice Sterne. Nel ’26 partecipa però alla prima mostra del Novecento
italiano, a Milano. Tra il ’27 e il ’28 nascono altri capolavori: Il figliol prodigo (1927: Acqui
Terme, Opera pia Ottolenghi), La
Pisana (1928: Treviso, Museo civico), Il bevitore (terracotta, 1928: Milano, Pinacoteca di Brera).
Arturo Martini, Il figliol prodigo, 1927 |
E’presente
alla Biennale del ’28 e il bassorilievo Orfeo
viene acquistato per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
Nel 1929
Guido Balsamo Stella, scultore e direttore dell’ISIA (Istituto superiore di
istruzione artistica) di Monza, lo chiama a insegnare. Qui, assistito da Mirko
Basaldella e affiancato da Marino Marini, realizza alcune opere di grandi
dimensioni, tra le quali la Maternità (acquistata poi da Lionello Venturi, oggi a
Torino, Galleria d’arte moderna).
Il 1930 è
l’anno in cui conosce Egle Rosmini, che gli sarà compagna fino alla morte e
ottiene un grande successo a Torino con l’opera La Pisana. Alla I Quadriennale romana del 1931 presenta alcune
figure di grande formato per le quali vince il primo premio. L’anno dopo ha una
sala personale alla Biennale di Venezia.
Negli
anni Trenta Martini è molto impegnato nella realizzazione di opere per la
committenza pubblica, talvolta in collaborazione con Marcello Piacentini: il Cristo re per l’omonima chiesa romana (1933), l’Athena per l’Università degli studi di Roma (1934-35) e
la Vittoria dell’aria (1934: Milano, Comando, I
regione aerea). Ma non trascura i suoi collezionisti e anche i lavori fatti
solo per sé. Nel 1934 presenta con successo alla Biennale Tobiolo.
Nel 1933
concorre per la cattedra di plastica a Brera ma la ottiene Francesco Messina.
Nel 1935 non riesce a vincere il concorso per il Monumento al Duca d’Aosta, che
si aggiudica Eugenio Baroni.
Nell’estate
del 1935, trascorsa a Blevio, sul lago di Como, realizza una serie di piccoli
bronzi che dimostrano la sua distanza dall’arte monumentale, nella quale aveva
ottenuto consensi ma anche delusioni. Tra tutte le opere “private” di questi
anni spiccano Il centometrista e Il bevitore ispirato ai calchi di Pompei.
Arturo Martini, Il centometrista |
Nel 1937
viene incaricato di scolpire l’altorilievo per il palazzo di Giustizia di
Milano (architetto M. Piacentini), sul tema della Giustizia corporativa, da affiancare alla Giustizia biblica e alla Giustizia romana, rispettivamente di Arturo Dazzi e Romano Romanelli.
In
seguito ad una malattia che lo costringe a ridurre la fatica, si dedica alla
pittura, e nel 1940 fa la sua prima mostra alla Galleria Barbaroux di Milano.
Nel
frattempo però gli arrivano altre commissioni pubbliche per Milano: il gruppo
degli Sforza per l’ospedale Maggiore di Niguarda (1939) e, nel 1941, i grandi
rilievi per l’Arengario in piazza Duomo, sul tema della storia cittadina.
A partire
dal 1940 frequenta molto Venezia, stringendo rapporti con il gallerista Carlo
Cardazzo e con i più giovani artisti Carlo Scarpa e Mario De Luigi, il cui
apporto divenne significativo negli anni a seguire. Sulla fine del 1941 riceve
dal rettore dell’Università di Padova, Carlo Anti – su indicazione di Giò
Ponti, suo estimatore e progettista dell’edificio – l’incarico di realizzare
per il Liviano il Monumento a Tito Livio.
Arturo Martini, Tito Livio |
Alla
XXIII Biennale presenta la Donna che nuota sott’acqua facendo una notevole impressione
sulla critica. Dall’autunno 1942 occupa la cattedra di scultura all’Accademia
di belle arti di Venezia: in una fase di riflessione sull’arte e sulla
difficoltà per la scultura di interpretare la modernità, l’insegnamento
rappresenta per Martini l’occasione per fare il punto di una vita di ricerca
artistica. Docente antiaccademico, abolisce stanche abitudini didattiche, quali
la copia del nudo, e stimola i suoi allievi a concepire la scultura come un
fatto astratto, di ombre e volumi nello spazio: le sue lezioni richiamavano un
gran numero di allievi, anche di età matura; nel 1944 egli viene nominato
direttore dell’Accademia.
Arturo Martini, Donna che nuota sott'acqua |
Nel 1945
pubblica il testo La scultura lingua morta, personale riflessione sulla crisi
dell’arte plastica.
E’anche l’anno in cui subisce un processo
per adesione al fascismo e viene sospeso dall’insegnamento.
Nello stesso 1945 esegue una statua del
partigiano Primo Visentin, che diventerà Palinuro.
Il partigiano Masaccio, primo monumento italiano alla Resistenza.
Tornato a Milano muore improvvisamente il
22 marzo 1947.
Fonte: Voce, dal Dizionario biografico degli Italiani (autore: Maura Picciau)
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